Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Intervista a Tupelo Hassman

(a cura di Federica Aceto)

Tupelo Hassman, autrice del bellissimo romanzo d’esordio Bambina mia (Girlchild) uscito in Italia per 66th and 2nd, ci parla di scrittura e traduzione.

Quando hai cominciato a scrivere Girlchild ti è mai passato per la testa che un giorno quelle parole sarebbero state scritte e lette anche in altre lingue ?

Quando ho cominciato a scrivere Bambina mia, riuscivo a malapena a immaginare il libro per un pubblico anglofono! L’idea che le mie parole potessero avere un pubblico più globale di lettori rimane per me una felice sorpresa. Avevo sottovalutato il valore che la storia di una povera ragazzina americana poteva offrire ad altre culture.

In quante lingue è stato tradotto il libro finora? Sei in grado di leggere alcune di queste lingue?

Bambina mia è stato pubblicato in Cina e ora in Italia. E sta per uscire anche in Francia. Il mio spagnolo è alquanto stentato: è una lingua che amo, ma è l’unica lingua straniera che conosco. Mi vergogno un po’ a dirlo, specialmente davanti a un pubblico di esperti linguisti!

Ti ho scritto molto spesso sottoponendoti domande e dubbi vari. Hai avuto uno scambio simile con gli altri traduttori?

L’unica altra traduzione stampata è quella cinese e non ho mai avuto notizie da parte del traduttore. E me ne meraviglio. Se io fossi una traduttrice, e non penso di avere il coraggio necessario per fare questo lavoro, farei un milione di domande. Trovo spaventosa l’idea di presumere di aver capito qualcosa, anche nella vita di tutti i giorni, anche per cose semplicissime come  fare la spesa, ho sempre paura del rischio di scarsa chiarezza. Non riesco nemmeno a immaginare il genere di pressione che si prova maneggiando le parole di un altro artista.

Hai mai temuto che qualcosa potesse andare irreparabilmente perduto nella traduzione, tenendo conto anche del fatto che Bambina mia è, sotto vari aspetti, un libro molto legato al suo contesto d’origine?

C’è sempre qualcosa che va perso nella traduzione, è così che funziona la comunicazione. Già quando un’idea mi esce di bocca non è più esattamente quella che mi è comparsa in testa, e lo stesso vale se la scrivo. E sto parlando di una cosa che succede tra me e me.  Se aggiungiamo all’equazione un’altra persona che ascolta o legge la mia idea, quest’idea viene, per così dire, “ritradotta”, secondo i parametri di quel dato ascoltatore o lettore. L’aggiunta di un’altra lingua è semplicemente un ulteriore anello di questa catena che lega o forse allontana il creatore e l’osservatore, a seconda del punto di vista. Non mi spaventa molto l’idea di quello che il lettore può perdere perché mi interessa il suo possibile contributo. Non c’è un modo “giusto” di capire un’opera d’arte. Non c’è un modo “giusto” di capire Bambina mia. Rory Dawn esiste in un modo unico per ogni lettore e a me questo va più che bene. Per come la vedo io, l’arte è un’avventura in cui bisogna partecipare in prima persona, non uno sport da guardare come spettatori.

Se tu potessi scegliere un particolare approccio per Bambina mia, preferiresti che il traduttore adattasse cose “intraducibili” (come giochi di parole, riflessioni sulla lingua inglese e riferimenti culturali oscuri o riguardanti la realtà spicciola di ogni giorno) alla lingua d’arrivo o preferiresti che il traduttore spiegasse cosa succede sulla pagina in una nota a piè di pagina?

È qui che casca l’asino, vero? Non potrei mai scegliere senza conoscere profondamente lo stile e la sensibilità del traduttore. Grazie al cielo non sono io a dover fare queste scelte! A questo proposito mi viene in mente un’avventura riguardante l’audiolibro di Girlchild. Mi era stata data l’opportunità di scegliere un attore che leggesse il libro e avevo molti dubbi nell’affidare l’interpretazione dell’opera a uno sconosciuto. Alla fine il libro l’ho letto io. Non so se è stata la scelta giusta ma farlo leggere a qualcun altro mi sembrava come dargli un evidenziatore e dire: “Vai, sottolinea tu quello che ti pare”. Sono contenta di potermi fidare del traduttore, del suo approccio e del suo senso dell’arte. Sarei tanto curiosa però di poter conoscere l’esito. Devo imparare altre lingue!

In Italia i traduttori letterari se la cavano peggio rispetto ai loro colleghi europei: guadagniamo di meno e i nostri nomi sono ancora troppo spesso ignorati dai recensori. Sai qualcosa della condizione dei traduttori letterari negli Stati Uniti?

Nel corso dei miei studi post-laurea, ho avuto la fortuna di lavorare con Edith Grossman. Un vero genio. Avevo l’impressione che fosse in grado di risolvere uno schema di parole crociate e salvare il mondo prima di finire di bere la sua tazza di caffè. Ora vedo tutti i traduttori attraverso la lente del genio della Grossman. Purtroppo, temo che gran parte dei traduttori si trovino nello stesso ghetto economico letterario di molti scrittori: stimati dai colleghi ma per lo più invisibili  con paghe altrettanto misere.

Qual è il tuo rapporto da lettrice con i testi tradotti e quali autori o libri stranieri hanno maggiormente influenzato la tua scrittura?

Prima di conoscere Edith Grossman, ho letto quello che leggono tutti, Dostoevskij, Garcia Marquez e Kundera, libri che troviamo da ragazzi, probabilmente prima ancora che in noi si formi un’idea di cos’è la traduzione. Da allora ho aggiunto Alvaro Mutis e Julian Rios alla lista dei miei scrittori preferiti non anglofoni. Mi rendo conto che è una lista breve e probabilmente ovvia.. Ora mi rendo conto meglio di come l’imperialismo occidentale, vale a dire inglese, continui a esistere in campo letterario.

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Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2013 da in L'intervista, Numero 6.
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