Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Attori, non mattatori

(di Luciana Cisbani)

Il traduttore è l’interprete di un testo altrui. Proprio come un attore. Parola di Luciana Cisbani.

Tra le competenze extralinguistiche implicitamente richieste a un traduttore letterario ce n’è una che mi è particolarmente cara: il saper recitare. Lo sostengo da anni davanti alle facce perplesse di anime belle, spesso agguerrite e pignoline, che mi guardano diffidenti. L’abilità di mimesi dell’attore un prerequisito dell’atto traduttivo?!? «Come uomo di teatro so che devo scavare fino all’invisibile». Lo disse Eugenio Barba, ma quale traduttore non lo sottoscriverebbe?

Saper essere altro da sé, calarsi, immedesimarsi nel personaggio, documentarsi fino all’ossessione – Actor’s Studio docet – per vestire impensabili panni altrui, dar voce e soprattutto credibilità ai più disparati personaggi. A volte, solo recitando davanti al PC il dialogo che “non gira” riusciamo a inzupparlo, come carta assorbente, della voce originaria. Inzupparlo ben bene per renderlo, innanzitutto, credibile. Ma occorre stare attenti, molto attenti a non strafare…

Mi sono trovata a riflettere una volta di più sulla questione attore-traduttore (e sia chiaro: non tratto qui certo la dimensione di Sanguineti a proposito della traduzione del teatro classico, benché sia proprio suo l’accostamento del procedimento di simulazione del traduttore a quello dell’attore) in occasione della traduzione dal francese di due romanzi di Maud Lethielleux che hanno avuto un buon successo in Francia.

La Lethielleux, attrice lei stessa, ama scegliere come voci narranti dei suoi romanzi adolescenti poco scolarizzati, ma con grandi passioni letterarie, oppure bambine in piena formazione psicologica e linguistica. La scrittura di Maud è frutto di una sfida ingaggiata precisamente con la lingua, è ricerca di parole volutamente imperfette, di frasi capite o scritte “sbagliate”, è immersione nei meandri della lingua – con le sue interferenze, gli inciampi, i quiproquo, i malproprismes – o in quell’interlingua che altro non è se non graduale acquisizione della lingua stessa.

E per questa sfida, quale miglior pescoso mare (si scriverà: mer, mère o maire?) se non la lingua francese e i suoi guizzanti tranelli di omofonia o omografia…

Ora, nell’ultimo romanzo della Lethielleux, Dis oui, Ninon, un’adorabile bimba ribelle di 9 anni, Ninon, è alle prese non solo con la separazione di mamma e papà, ma con il confuso o confondente mondo degli adulti di cui cerca di decodificare le reazioni, i comportamenti e soprattutto il linguaggio. Ninon si sofferma spesso sul senso e soprattutto sul suono delle parole. Lei adora quelle «che finiscono con “ence”». Dice che sua madre le usa moltissimo quando parla di nascosto con le amiche, che sono «un po’ tristi ma così belle».

Il suffisso  «-ence» corrisponde in francese, come suono, a diverse grafie (-ance, – ence, -ens, -enses, -ensent), ma certo Ninon ignora tutto questo quando riporta candidamente termini significativi della situazione di rabbia e disagio in cui vive la madre separata: évidence, indécence, souffrance, inconscience, non-sens, indépendance, finance, violence, ignorance… Tutte parole incomprensibili per la piccola Ninon, convinta che nella sua lingua a un suono corrisponda una sola grafia.

Ora, come accade spesso nel lavoro del traduttore, la consapevolezza di aver perso la partita ancora prima di aver alzato le carte funziona paradossalmente da stimolo… Anche l’Italiano possiede omofoni e omografi a iosa, ma come rendere questa cascata di parole con suffissi omofoni che risulterebbero solo in parte combacianti, per suono e senso, all’originale francese?

Diciamo che qui all’’attore-traduttore non resta che trovare e seguire con coerenza una linea di interpretazione, linea che, per quanto arbitraria, dovrà basarsi su una precisa opzione traduttiva: quella delle alterazioni grafico-fonetiche presenti nel testo di partenza e possibili nella lingua italiana. Il tutto cercando di rimanere rispettosi non tanto del significato di ogni singola parola (quando non si tratta di Proust, bisogna avere l’intelligenza di tenerne conto…), quanto al procedimento stilistico «messo in scena» dell’autore.

Lo scoglio delle consonanti doppie vs semplici della lingua italiana – ben noto agli stranieri come ai bambini italiani – mi è parso rendesse bene la pariglia allo scoglio – noto anche ai francesi e a francofoni di prim’ordine – della pronuncia vs grafia. Così, nella mia traduzione, évidence è diventato evvidenza, non-sens avenenza, ignorance pazzienza. Dopotutto, si tratta di una giovane madre frustrata che confida alle amiche scene di un matrimonio fallito. E se leggiamo queste parole ad alta voce riconosciamo subito errori di pronuncia frequenti nei bimbi italiani, non ancora consapevoli della corretta grafia.

Certo, nel gioco di libera sostituzione dei termini la cui traduzione letterale era impossibile, nella ricerca di equivalenze di trascrizione fonetica avrei potuto, in quanto attrice-traduttrice, operare diverse altre scelte. Ma per rimanere strettamente fedeli alla suffissazione originaria, per rimanere del tutto aderenti all’input dell’autrice, siamo sicuri che la soluzione (adottata, ahimè, dai revisori, e infine pubblicata) fosse mettere nella bocca di una giovane madre normalmente scolarizzata parole di nonsense come: perdenza, nullafacenza, deludenza? Che lavoro attoriale è mai questo? Parole corrette, esistenti nel vocabolario della lingua francese ma “capite male” per far emergere il complesso mondo psicologico e linguistico della piccola protagonista, vengono tradotte con parole inesistenti nel vocabolario della lingua italiana e finiscono con caratterizzare a livello sociolinguistico un altro personaggio. Così facendo non si finisce con il tradire l’intento e la cifra stilistica dell’autrice? Povera lei, poveri lettori ignari e poveri noi, pazienti attori…

Scavare fino all’invisibile, non fino all’inverosimile. Essere attori credibili e rispettosi, non istrionici ed inopportuni mattatori. Vien da chiedersi perché alcuni revisori credono così poco nel paziente e camaleontico lavoro dell’attore-traduttore e sbucano talvolta da dietro le quinte improvvisando soluzioni ad effetto prive di una reale immedesimazione nel personaggio, nell’interezza del testo e nel disegno coeso dell’autore.

Forse solo perché, pressati dal tempo o da chissà quali altri demoni, non possono permettersi il lusso di divertirsi quanto ci divertiamo, a ogni sfida, noi…

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2 commenti su “Attori, non mattatori

  1. Massimo Scotti
    7 luglio 2013

    BELLISSIMO

  2. Gabriella Arici
    20 luglio 2013

    Davvero interessante. Chissà quante volte leggendo un testo tradotto da “mattatori” ci perdiamo il vero sapore. Tradurre è una sfida. Brava Luciana Cisbani.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 luglio 2013 da in Ferri del mestiere, Numero 5.
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