Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Quando l’editore non paga

(di Federica Aceto)

La seconda puntata della nostra inchiesta sui pagamenti. In questo numero ci occupiamo di un tema tanto scottante quanto avvilente: gli editori ritardatari o insolventi.

Essere pagati anche vari mesi dopo aver ultimato un lavoro è una cosa a cui molti liberi professionisti sono abituati. Il traduttore editoriale non è un libero professionista in senso stretto, non esistendo – e per fortuna, secondo molti – un albo professionale della categoria, senza contare che i compensi che percepisce il traduttore sono ben più bassi di quelli che spettano ad altri lavoratori indipendenti.

Si sa che lavorando con e per la cultura non si diventa ricchi e si sa anche che alcuni traduttori o aspiranti tali amano così tanto questo lavoro che lo farebbero (quasi) gratis, ma dover attendere vari mesi oltre i 60, 90, o 120 giorni dalla consegna previsti dai contratti è uno scenario ahimè ancora troppo comune e umiliante, che sembra sottolineare la caparbia volontà di alcuni editori di non riconoscere i traduttori come professionisti, come fornitori di un servizio che vanno pagati come si paga il fruttivendolo o il dentista.

I contratti generalmente indicano i motivi per cui un pagamento può essere decurtato o totalmente negato: tra i più ovvi, la mancata consegna o la consegna di un lavoro di qualità scadente.

Ma se i tempi di consegna vengono rispettati e la revisione non ha evidenziato nessuna grave carenza del testo tradotto, quando si sono trascorsi mesi davanti al computer, con qualche puntatina magari in biblioteca, l’ultima cosa che si desidera fare è tirare fuori muscoli e tirapugni e occuparsi del recupero crediti.

Per fortuna, in alcuni casi un semplice sollecito indirizzato all’ufficio commerciale della casa editrice è sufficiente a sbloccare il bonifico che si è perso per strada. Ma non sempre è facile rintracciare il numero della persona responsabile dei pagamenti; inoltre, non è raro che ai solleciti non faccia seguito né l’atteso saldo né una risposta di scuse o spiegazioni.

Noi di Strade Magazine abbiamo chiesto agli iscritti del sindacato STRADE di rispondere a un breve questionario per avere un quadro più chiaro della situazione. Il campione a nostra disposizione è limitato, sia perché abbiamo lanciato l’appello “solo” sulla mailing list degli iscritti al sindacato e su QWERTY (altra importante mailing list di traduttori), sia perché le persone che hanno risposto sono state soltanto diciotto. L’esiguo numero dei riscontri purtroppo, a nostro avviso, non dipende tanto dal fatto che l’esperienza di essere pagati in ritardo o di non ricevere il compenso tout court sia toccata solo a pochi di noi. Probabilmente alcuni pensano di non avere molto da dire, altri non hanno voglia di girarsi da soli il coltello nella piaga, altri ancora, presi da mille impegni, probabilmente non avranno letto i vari appelli. Ad ogni modo, le risposte forniteci dai diciotto professionisti del settore, tra cui anche diversi nomi illustri, hanno evidenziato alcuni interessanti spunti di riflessione.

A vari traduttori, soprattutto a quelli di lungo corso, è capitato più di una volta e con più di un editore di non essere pagati entro i termini stabiliti dal contratto. Nel questionario non abbiamo chiesto di fare i nomi dei ritardatari o degli inadempienti, ma qualcuno li ha fatti lo stesso e da questi dettagli, senz’altro non indicativi per fini statistici, risulta che sono più spesso le case editrici piccole a non rispettare la scadenza fissata, forse per il semplice fatto che sono più numerose. Ma tra i ritardatari figurano anche alcune ben note (per più di un motivo) case editrici medie e grandi.

Il primo sollecito, nella maggior parte dei casi, scatta dopo un mesetto dalla scadenza dei termini di pagamento. Ci sono anche colleghi più impazienti che aspettano solo una settimana prima di cominciare a chiedere ragione del mancato saldo. D’altronde se è vero che a ogni ritardo, anche minimo, nella consegna di una traduzione fa seguito una mail di sollecito da parte del redattore di riferimento, è giusto che anche i traduttori, pur sapendo che i pagamenti seguono trafile burocratiche che possono ritardarne la  riscossione, pretendano con altrettanto rigore il versamento della cifra pattuita.

Più di un collega ci ha detto che il ritardo si è verificato anche in casi in cui la traduzione era stata finanziata da enti stranieri. In pratica l’editore, pur avendo ricevuto la somma destinata al traduttore, l’ha trattenuta per sé. Quindi non sempre il mancato pagamento è giustificabile con una momentanea indisponibilità di denaro.

I solleciti funzionano davvero? La risposta, nella gran parte dei casi, è sì. Anche se spesso non ne basta uno  e non sempre si riesce a rimanere in buoni rapporti con la casa editrice. Capita di dover ventilare sottili minacce, o lasciar intendere che non si consegnerà una seconda traduzione – quando c’è – se non si ricevono i soldi della prima. Capita di ricevere in risposta scuse poco credibili o pittoresche, magari fornite da persone del tutto estranee all’inconveniente e che si ritrovano a mentire loro malgrado. Cerchiamo di essere onesti fino in fondo: anche gli editori potrebbero sciorinare elenchi infiniti di traduttori che consegnano il lavoro con ritardi biblici accampando come scusa la morte del gatto, la fine delle scorte di tè verde, l’autocombustione del computer o l’invasione delle cavallette. Ma alla fine è difficile che, seppure con ritardi imperdonabili, un traduttore non consegni affatto il lavoro.

Capita a volte che i solleciti vengano ignorati per mesi e che si debba quindi passare dalle e-mail alle telefonate e dalle telefonate alle lettere degli avvocati. Delle 18 persone del nostro campione ben 11 hanno deciso di rivolgersi a un legale. In alcuni casi è bastata una semplice lettera di ingiunzione di pagamento per sbloccare la situazione, in altri è stato necessario intentare una causa.

La paura di doversi sobbarcare le spese legali e la seccatura di dover affrontare un processo senza la certezza di ottenere alcunché a volte può spingere il traduttore a lasciar perdere, dopo mesi di solleciti, minacce e lettere di avvocati. Gli iter processuali sono piuttosto lunghi e le spese a volte superano anche la cifra che si tenta di recuperare. Un’idea per sconfiggere la paura di dover affrontare questa esperienza decisamente non esaltante potrebbe essere quella di unirsi a colleghi che si trovano nella stessa situazione. È assai probabile che un editore insolvente con un traduttore lo sia anche con chissà quanti altri, che potrebbero facilmente essere contattati per un’azione comune.

È chiaro che non tutti gli editori ritardano i pagamenti per inveterata manigolderia. Ci sono i casi di effettive difficoltà temporanee, ci sono dimenticanze dovute al sovraccarico di lavoro di piccole segreterie, ma ci sono anche casi in cui la morosità è sistematica e si basa su un calcolo ben preciso che alla fine, per quanto odioso, risulta vincente. L’editore inveteratamente manigoldo sa che a fronte delle volte in cui, obtorto collo, dovrà sborsare i soldi pattuiti, magari anche con il pagamento delle spese processuali, ce ne saranno almeno altrettante in cui il creditore si arrenderà. Sanno anche che per quanti traduttori diranno no, sapendo a cosa vanno incontro, altrettanti diranno sì, per incoscienza o per l’illusione che l’importante è aggiungere titoli al curriculum. Risultato: il loro bilancio è sempre in attivo.

Quando si decide di adire le vie legali di solito l’avvocato invia all’editore una notifica di messa in mora, se a questa non fa seguito il saldo del debito passa alla citazione in giudizio con conseguente rischio, da parte dell’editore, di pignoramento presso terzi, per poi giungere alla richiesta di pignoramento immobiliare. La burocrazia in molti casi non è dalla parte del traduttore perché quando un editore insolvente cessa l’attività o la sua casa editrice si fonde con altre la causa dovrà essere intentata di nuovo partendo da zero o quasi. Gli esiti processuali non sono sempre esaltanti; una nostra collega ci parla di un processo conclusosi nel 2000 e ci dice che pur avendo vinto la causa non ha ancora ricevuto un soldo.

Con questo non vogliamo certo scoraggiare i traduttori dal procedere per vie legali. Ma non possiamo nemmeno tacere sul fatto che le procedure sono lunghissime e in alcuni casi non sortiscono alcun esito. Vale sempre comunque la pena di battersi con tutti i mezzi per il riconoscimento dei propri diritti e pretendere il dovuto anche con i – costosi ­– strumenti legali che abbiamo a disposizione.

D’altra parte è anche importante conoscere il mercato editoriale ed evitare di lavorare con gli editori che più o meno sistematicamente non pagano o pagano solo sotto minaccia di processo. I nomi dei soliti noti ormai girano tra di noi, sappiamo quali sono gli editori da evitare. Eppure capita, sempre più raramente per fortuna, che alcuni colleghi, pur sapendo il rischio che corrono, accettino proposte di lavoro da editori notoriamente morosi. I motivi dietro questa scelta possono essere vari. Probabilmente entra in gioco un senso di sudditanza, una sorta di sindrome di Stoccolma del lavoratore autonomo con scarsa stima di sé, la paura di rimanere senza contratti, il desiderio di rimpinguare il curriculum. Una nostra collega ha scritto di recente in una discussione via Facebook: “Il guaio, nel nostro settore, è sempre lo stesso: migliaia di persone pronte a buttarsi nel tritacarne pur sapendo benissimo che di tritacarne si tratta [...] Finché non si arriverà a capire che noi siamo fornitori e non gente a cui viene fatto un piacere, finché non verremo visti come il salumiere o il panettiere (ai quali, stando alle informazioni in mio possesso, non si può pagare il prosciutto e il pane se e quando ci pare), non c’è soluzione”. Ebbene, noi del sindacato STRADE vorremmo arrivare a far capire ai nostri colleghi e agli editori che visionano i CV dei traduttori che aver lavorato per un editore che non paga non fa curriculum, ma fa orrore e anche un po’ pena.

Come dicevamo, i nomi circolano, li conosciamo. Eppure non possiamo farli pubblicamente perché rischieremmo di essere citati in giudizio per diffamazione a mezzo stampa. Se spesso fatichiamo a trovare i soldi per un’azione legale funzionale al recupero di ciò che ci spetta, figuriamoci se abbiamo voglia di pagare una multa o di finire in carcere per aver detto in pubblico che il dato editore non paga, sebbene quell’editore, in effetti, non paghi. Una delle colleghe che hanno risposto al questionario ha scritto: “Io idealmente vorrei rompere il muro del silenzio, alla faccia della possibile accusa di diffamazione: se venissero ‘sputtanati’ pubblicamente, forse un effetto ci sarebbe. Io non capisco perché mai rendere pubblico un malcostume del tutto documentabile possa essere definita diffamazione. L’idea sarebbe quella di farli vergognare del loro comportamento, ma forse sono io un po’ naif.”

Il passa parola tra i colleghi  è il modo migliore per evitare che altri traduttori incorrano senza volerlo in disavventure simili e  che alcuni imprenditori della cultura cerchino di tenersi in piedi facendo pagare il rischio d’impresa agli anelli più deboli della catena. E questi anelli deboli, nel mondo dell’editoria, sono i traduttori, ma anche altre figure come i redattori precari e a volte anche i redattori interni.

Abbiamo infine chiesto ai nostri colleghi che genere di battaglie o di iniziative si aspettano da parte di STRADE ed ecco alcune delle risposte:

“Una convenzione con uno studio legale per poter accedere ai decreti ingiuntivi a costi non proibitivi. Con la crisi, sempre più editori risulteranno morosi, e la questione dei pagamenti diventerà di fondamentale importanza. Sarebbe opportuno introdurre l’istituzione dell’anticipo”.

“Sarebbe un’ottima cosa trovare uno studio legale che assista gli iscritti usando anche il logo del sindacato. L’unione fa – sempre – la forza.”

“Sarebbe bene far girare un questionario da mettere a disposizione dei traduttori con la lista degli insolventi e stilare un elenco degli avvocati specializzati in materia cui rivolgersi”.

“Vorrei che riunissimo le nostre forze e, in molti casi, la nostra ‘rabbia’ e le convogliassimo in un’azione decisa e ‘pubblica’, che vada al di là della stretta cerchia degli addetti ai lavori: pensavo a un flash mob dei traduttori al Salone del Libro (magari durante la presentazione di romanzi pubblicati da editori insolventi o anche in altre conferenze semplicemente per ‘rivendicare’ il nostro diritto ad essere citati nelle recensioni), un’iniziativa che possa avere risonanza dal punto di vista mediatico senza ridursi alla sola carta stampata”.

“Il sindacato dovrebbe a mio avviso mettere a disposizione degli iscritti un servizio legale, come accade ad esempio nelle associazioni di categoria tedesche e svizzere”.

“Pretendere… la modifica di qualsiasi contratto riporti scadenze vaghe (‘all’approvazione della traduzione’) o aleatorie (‘all’uscita, alla pubblicazione’) per il pagamento, che può essere fissato solo in un determinato numero di giorni dalla consegna della traduzione”.

“Un’altra iniziativa da perseguire potrebbe essere quella della stesura di un contratto standard che preveda chiaramente le conseguenze cui va incontro un editore moroso: vederle scritte nero su bianco forse potrebbe servire da deterrente”.

Come categoria abbiamo cominciato da relativamente poco tempo a confrontarci su questi temi. Fino a non molto tempo fa c’era una vergogna che a volte sfociava nell’omertà quando si trattava di ammettere di non essere stati pagati per un lavoro, come se tradurre in cambio di denaro, tradurre libri per vivere, fosse un’idea volgare. È molto importante essere arrivati ad affrontare l’argomento in pubblico, perché riconoscere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la sua soluzione.

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6 commenti su “Quando l’editore non paga

  1. R.E.
    22 gennaio 2013

    Un contratto standard sarebbe utile, ma gli editori lo adotterebbero? Ne dubito…
    120 giorni visto come scenario negativo? Magari! Per quanto mi riguarda, firmai un contratto per la traduzione di un romanzo in cui l’editore (e si tratta di una grande casa editrice) stabiliva che la cifra offerta (tutt’altro che cospicua) mi sarebbe stata versata DOPO LA PUBBLICAZIONE e comunque ENTRO DUE ANNI (!!!) dalla consegna. Ho consegnato nell’autunno del 2011; alla fine di quest’anno potrò sapere se saranno anche morosi oltre che sfruttatori.

  2. Sandra Biondo
    22 gennaio 2013

    Il fatto è che certi contratti non andrebbero firmati. Nessuno si sognerebbe di accettare condizioni come queste per qualsiasi altro lavoro, ma chissà perché nel caso della traduzione ci si piega a ogni vessazione e si accetta anche il rischio concreto di non essere pagati. Fino a quando ci sarà chi firma questo tipo di contratto, ci sarà chi continua a proporlo.

  3. Francesco
    22 gennaio 2013

    Il questionario è per caso passato su Biblit? Mi pare di no, ed è un peccato, ne avrei avute di belle da raccontare! Non sono mai arrivato fino in tribunale, di solito bastano una o due lettere dell’avvocato, ma sono sempre finito a contrattare una cifra minore di quella spettante per la traduzione consegnata e regolarmente accettata, spesso anche pagata in più rate. Da alcuni anni ho adottato una tecnica fai da te, vale a dire pretendere un acconto sulla traduzione. Non è una soluzione ottimale e non tutti gli editori l’accettano, ma almeno mi copro le spalle per non lavorare del tutto a vuoto.

  4. nicoletta poo
    23 gennaio 2013

    Grazie Federica di questo documentato intervento. Anch’io penso che da Biblit si sarebbero potuti ricavare molti contributi utili al sondaggio e se possibile, ti invito a riproporlo. Recentemente su Biblit ho lanciato una “ciarla” con l’idea di studiare un sitema pubblico di feed-back per i traduttori (e altre categorie se lo vogliono) sui rapporti con gli editori, a cominciare dai pagamenti e dai contratti proposti. ogni partecipante darebbe un feed-back sul comportamento dell’editore, tipo ebay. Mi piacerebbe davvero veder nascere e crescere negli anni questo strumento per dare voce alle tante ingiustizie inspiegabili che ci vessano quotidianamente. nicoletta

  5. clumsy
    31 gennaio 2013

    consiglierei di cominciare a scrivere i nomi delle case editrici insolventi o ritardatarie croniche

  6. Pingback: Quando l'editore non paga (di Federica Aceto) | NOTIZIE DAL MONDO DELLA TRADUZIONE | Scoop.it

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in L'inchiesta, Numero 3.
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