Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

La zuppa di pietre dei Dragomanni

(a cura di Daniele Gewurz)

Daniele Gewurz ci illustra, insieme ad altri traduttori coinvolti nell’impresa, il progetto dei Dragomanni.

(Non) casa editrice dei traduttori, collettivo, progetto: tre definizioni adatte ai Dragomanni, un’idea partorita ormai un anno fa dalla mente del traduttore e matematico Daniele A. Gewurz. Era il 12 dicembre del 2011 quando a un gruppo di colleghi arrivò per e-mail una ventata di aria fresca, accolta con grande entusiasmo: perché una volta tanto non siamo noi a scegliere cosa tradurre, curare e pubblicare, in formato ebook? Il tutto lavorando in completa autonomia su testi fuori diritti o di autori contemporanei (previa concessione dei diritti). Una novità che, a differenza di una casa editrice classica, prevede indipendenza assoluta nella scelta del cosa tradurre, del quando tradurla, con chi (eventualmente) tradurla, e a quanto vendere la propria traduzione.

E se questo è il progetto – la (non) casa editrice – ecco l’aspetto collettivo: il traduttore produce un file secondo norme editoriali, peraltro in continuo miglioramento grazie all’apporto di tutti, redatte da un gruppo di colleghi, chiede se c’è qualcuno disponibile a rivederlo e, infine, ci si dà una mano per gli aspetti tecnici. Dal giugno del 2012 in poi i risultati di questo vivace progetto professionale sono una serie di pubblicazioni che spaziano dalla letteratura inglese fantastica a quella ungherese, brasiliana, neozelandese e di lingua tedesca. Testi diversi tra loro ma accomunati dalla veste grafica, dalla visibilità del traduttore che, in quanto autore, vede figurare il proprio nome in copertina (nello stesso corpo dell’autore del testo originale), dalla cura della traduzione e dalla ricchezza degli apparati paratestuali: introduzioni, biografie, note di traduzione, curiosità.

Il catalogo dei Dragomanni comprende ormai sette titoli, alcuni disponibili gratuitamente, altri a pagamento, e vari altri stanno per aggiungersi.

Dunque non resta che passare la parola a chi su questi testi ha lavorato.

Daniele A. Gewurz, oltre ad aver lanciato l’idea raccogliendo e concretizzando le idee e i contributi dei colleghi, è il traduttore di una delle prime uscite dei Dragomanni, il racconto lungo Il riparatore di reputazioni, dal “Re in Giallo” di Robert W. Chambers:

“Chambers è il più misconosciuto dei padri della narrativa fantastica moderna: ha influenzato direttamente H.P. Lovecraft e indirettamente numerosi altri autori che hanno indagato l’orrore che si cela tra le crepe del quotidiano, ma anche gli pseudobiblia, i libri (inventati?) la cui lettura non manca di cambiare la vita di chi vi si avvicina, come appunto il misterioso dramma sul ‘Re in Giallo’. Sono contento di contribuire nel mio piccolo a far conoscere in Italia questo autore affascinante e misterioso egli stesso: dopo poche opere inquietanti e fondamentali, per il resto della vita scrisse testi piacevoli ma leggeri e ‘commerciali’.

Ma soprattutto sono contento immodestamente di tutte le idee, le iniziative, le proposte, le realizzazioni che sono venute fuori dal piccolo sasso che ho gettato nello stagno. È proprio come nell’aneddoto della zuppa di pietre: un tale, mezzo ciarlatano, arriva in un paese con un sasso, asserendo che mettendolo in un pentolone di acqua calda si otterrà un’ottima zuppa. E allora qualcuno ci mette il pentolone, qualcun altro l’acqua, chi qualche verdurina per insaporire la minestra, chi un osso con un po’ di carne attaccata… e alla fine la zuppa viene davvero, ben più ricca di come l’avrebbe potuta fare chiunque da solo”.

Una delle prime uscite dei Dragomanni è stata Tre racconti di spettri di Mary Elizabeth Braddon nella traduzione di Alice Gerratana:

“Ho tradotto per i Dragomanni Tre racconti di spettri della scrittrice vittoriana Mary Elizabeth Braddon, racconti a cui sono particolarmente affezionata per l’apprezzamento che nutro per questa scrittrice poco conosciuta in Italia e perché sono alcuni tra i primi testi su cui mi sono esercitata in assoluto. Da appassionata conoscitrice della letteratura inglese dell’Ottocento, quella fantastica in particolare, li avevo proposti, per metterli poi da parte, ad alcune case editrici che si erano dimostrate interessate ma i cui termini contrattuali definirei a dir poco vergognosi. È stato immediato pensare a questi racconti quando Daniele ci ha illustrato la sua idea: era l’occasione giusta per farli conoscere al pubblico italiano, e inoltre avrei potuto curarne l’introduzione, aggiungendo una nota finale in cui spiegare alcuni elementi che non volevo inserire nei racconti per non appesantirli. Così ho ripescato la cartella ‘Racconti di Mary Elizabeth Braddon’, ho scelto le traduzioni da pubblicare, le ho riviste e poi ho lavorato con Daniele Gewurz sia sulla revisione che sugli aspetti tecnici. Con Daniele, inoltre, ho avuto il piacere di condividere il lancio delle nostre rispettive traduzioni. Qualche mese dopo, anche se con la testa alla prossima traduzione per i Dragomanni, sono passata dall’altra parte della barricata, sperimentando quella che mi piace definire ‘riscrittura al quadrato’, ossia la revisione di una traduzione. Ancora non ho avuto modo di discutere i miei interventi con il traduttore ma credo si tratterà di una discussione proficua perché il testo su cui ha lavorato è molto insolito e lo scrittore conosce bene l’italiano. Spero in futuro di poter scrivere anche di questa esperienza, per me nuova”.

Rosaria Fiore ha tradotto per i Dragomanni il racconto Le figlie del defunto colonnello di Katherine Mansfield:

“Tradurre i racconti di Katherine Mansfield era uno dei miei sogni nel cassetto. Sapevo, infatti, che difficilmente avrei trovato un editore disposto a pubblicare la mia traduzione.

Il progetto dei Dragomanni mi ha permesso di trasformare quel sogno in realtà. Quando Daniele Gewurz ce l’ha proposto ho aderito subito con grande entusiasmo. Mi piaceva molto l’idea di poter scegliere in modo autonomo il testo da tradurre, di poterne curare l’apparato critico. Ma l’aspetto che ho trovato più interessante è stato quello di poter creare una rete di collaborazione tra colleghi, una cosa di cui nel nostro mondo spesso si sente la mancanza. Nel mio caso ho avuto la fortuna di lavorare in fase di revisione con Laura Cangemi. Quando chi rilegge il tuo lavoro lo fa con sensibilità e rispetto, il confronto può essere davvero molto proficuo. E Laura mi ha offerto alcuni suggerimenti preziosi, di cui ho fatto tesoro. Sono ugualmente grata a Daniele, che mi ha aiutata a trasformare il mio lavoro in un vero e-book. Penso che le nuove tecnologie, lungi dal rappresentare la tomba del libro, offrano l’opportunità di incanalare energie e professionalità in progetti che altrimenti resterebbero irrealizzabili. Come i Dragomanni”.

Grazie alla traduttrice Andrea Rényi i Dragomanni hanno potuto far conoscere un racconto di Róbert Hász e, all’interno dell’antologia Uccelli di fango, due di Endre Ady; e sono in arrivo ancora altre perle della letteratura ungherese:

“Permettetemi una banalità: spesso la vita è un bravo regista e l’incontro con i Dragomanni ne è la dimostrazione. Premetto che per la letteratura ungherese questo è un momentaccio, non ho potuto fare il conto preciso ma credo che nel 2012 il numero dei libri tradotti dall’ungherese all’italiano non sia arrivato alla dozzina. Da qualche tempo proporre testi ungheresi è diventato molto difficile persino nel caso di autori ben noti e tradotti nelle lingue principali; di conseguenza fare il giro delle case editrici con un libro senza l’appeal del nome famoso è solo una frustrante perdita di tempo. Prima della nascita dei Dragomanni stavo infatti abbandonando la speranza di vedere pubblicato il piccolo volume ibrido – la traduzione di una lunga novella e una pre- o postfazione di ricostruzione storica -, sul quale stavo e sto ancora lavorando, e che per motivi personali mi sta particolarmente a cuore. Ma la funzione ‘deus ex machina’ dei Dragomanni è ben più importante ed evidente nel caso dell’antologia Uccelli di fango, che ha visto la luce l’8 dicembre. In mancanza di fondi, promessi ma non più erogati alla Casa delle Traduzioni, i tredici racconti e la pantomima che compongono la raccolta rischiavano di non poter essere più pubblicati e rimanere nei cassetti delle sette traduttrici che li avevano tradotti nell’arco di un anno, vanificando il tentativo di far conoscere autori di buon livello ma inediti e fuori diritti, quindi con qualche speranza di trovare editori interessati.

Altri due aspetti dei Dragomanni concorrono a ritenere quest’opportunità particolarmente preziosa: la disponibilità di un revisore interno dragomanno, ovvero uno dei fior di professionisti che hanno aderito all’iniziativa, l’altro è la serenità di sapere il proprio libro in un ottimo catalogo elettronico che non scompare come succede invece ai libri stampati nelle librerie”.

Vincenzo Barca e Daniele Petruccioli, traduttori dal portoghese (e non solo) con una particolare attenzione per le letterature extraeuropee, parlano della loro traduzione della raccolta di racconti Un pugnale in un bicchier d’acqua dello scrittore brasiliano Osman Lins. Dice Daniele:

“Oltre a essere un’iniziativa bellissima, grazie alla quale noi traduttori possiamo finalmente restare proprietari della nostra traduzione e dedicarci a testi anche fuori dalle logiche di mercato che molto spesso si fanno troppo stringenti, i Dragomanni permettono di lavorare con colleghi attenti soprattutto a cercare un terreno comune a tutti i livelli, dalla scelta del testo alla fase revisionale, senza dover sottostare a logiche avulse dal testo di partenza e spesso surrettizie, come purtroppo molte volte succede proprio in fase di revisione. Da questo punto di vista, l’esperienza a quattro mani con Vincenzo Barca è stata illuminante. Lavorando su racconti diversi di uno stesso autore, come è normale ciascuno di noi ha dato un proprio taglio alle rispettive traduzioni. Ma, operando una revisione incrociata ciascuno sulla traduzione dell’altro, l’ultima mano è stata soprattutto un lavoro di avvicinamento alle soluzioni di linguaggio dell’altro. Anziché la contrattazione serrata e spesso impari che ci si trova a dover fare con le redazioni delle case editrici in fase revisionale, è stato possibile creare finalmente un incontro proficuo. Credo sia un gran bel traguardo”.

E conclude Vincenzo Barca:

“Alle valutazioni di Petruccioli, che condivido in pieno, mi sento di aggiungere solamente che l’esperimento dei Dragomanni ha il merito di coniugare iniziativa imprenditoriale e solidarietà, due aspetti non sempre conciliabili e rimasti a lungo estranei all’universo dei traduttori letterari”.

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Un commento su “La zuppa di pietre dei Dragomanni

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in Fuoristrada, Numero 3.
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