Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

La revisione di una traduzione editoriale: da male necessario a pratica virtuosa

(di Giovanna Scocchera)

Un excursus nella revisione editoriale, a cavallo tra teoria e pratica.

Si parla e si è parlato di traduzione in tanti modi e da punti di vista diversi. Nel corso degli anni e delle mode la ricerca nell’ambito dei Translation Studies si è occupata di volta in volta della storia della traduzione e delle traduzioni, della traduzione come genere letterario, del suo impatto su società e cultura, del rapporto fra traduzione e tecnologia e delle questioni etiche del tradurre. Nonostante la varietà degli approcci, meno rilievo è stato dato alla traduzione in quanto “contenitore” di altre importanti esperienze di riflessione linguistica e non. Spesso infatti, parlando di traduzione, si ha la tendenza a descrivere, analizzare e valutare il risultato finale di un processo molto articolato senza considerare che prima di arrivare a una versione definitiva – ammesso che qualcosa del genere esista – il traduttore  mette in atto, più o meno consapevolmente e con modalità talvolta molto diverse, tutti quegli strumenti di rilettura, analisi, riflessione critica, riformulazione, modifica e correzione che sono parte integrante di ogni attività di auto-revisione. A questa prima fase, in cui il traduttore rivede il proprio lavoro, segue – o meglio dovrebbe seguire – una seconda fase in cui la traduzione viene rivista da un’altra figura della filiera editoriale (generalmente, e auspicabilmente, un altro traduttore), e poi una terza e ulteriore fase di lavorazione del testo in cui vengono applicati parametri di controllo e conformità ancora diversi che rientrano nella pratica della redazione e della correzione di bozze. Non a caso ho usato il termine “lavorazione” del testo: ricorderete che questo e altri temi sono stati oggetto di discussione e confronto  nell’ambito del convegno “L’etica della traduzione” svoltosi nel novembre 2009 presso la SSLMIT di Forlì[1]. Il risultato di quella preziosa occasione di incontro fu la formulazione di un “Decalogo per il processo di lavorazione delle traduzioni”, un primo passo verso l’acquisizione di una maggiore consapevolezza del percorso che porta alla pubblicazione di un libro e dell’importanza di tutte le singole fasi che lo compongono, delle figure professionali coinvolte e di una proficua collaborazione e comunicazione fra di esse.

Non esiste forse testo di teoria della traduzione che non abbia ceduto, anche solo con intento negazionista, alla tentazione di descrivere il prodotto della traduzione in termini di fedeltà e infedeltà. Di fatto, la revisione non è immune da questo triste binomio, anzi. Uno dei principali e più ricorrenti motivi di lamentela fra i traduttori editoriali/letterari è il ricevere –  talvolta subire passivamente – revisioni poco rispettose del lavoro di traduzione svolto, con interventi non necessariamente migliorativi e spesso discutibili. In questa ottica la revisione è vista, se possibile, come un’infedeltà o slealtà ancora più grave di quella che può essere perpetrata ai danni del testo di partenza, forse perché viene percepita come un atto premeditato e consapevole, una strenua “caccia all’errore” che talvolta impedisce al revisore di cogliere le particolarità stilistiche e linguistiche non solo dell’autore del testo di partenza, ma anche dell’autore del testo di arrivo, ovvero della traduzione. Se infatti il traduttore si impone, quasi con l’ossessività di un mantra, di non “tradire” né l’intenzione né la lettera del testo di partenza, sembra che nel lavoro di revisione uno scrupolo così forte ed eticamente vincolante non abbia ragione di esistere.  Ulteriore motivo di scontento per molti traduttori è il poter contare solo raramente su interlocutori editoriali disposti a intavolare un discorso proficuo e vantaggioso per tutte le figure coinvolte nel processo traduttivo e, non ultimo, per il libro. La revisione si inserisce infatti in un delicato gioco di equilibri: quello che nasce “ingenuamente” come un dialogo muto e felice tra autore e traduttore, si trasforma di fatto in una polifonia in cui si inseriscono anche le voci – non sempre armoniche -  del revisore, del redattore, dell’editor, e anche quella silenziosa ma ugualmente importante del lettore ideale.

La mia sensazione – confermata da molte delle interviste raccolte in due libri sempre preziosi per chi voglia sbirciare nella stanza virtuale del traduttore[2] – è che l’amarezza, la delusione e talvolta la rabbia che trapela dalle parole di molti traduttori nei confronti di revisione e revisori, derivi da quella scarsa conoscenza e comunicazione tra le figure coinvolte nelle diverse fasi di lavorazione di una traduzione, la stessa lacuna che il Decalogo aveva messo in evidenza. La fumosità e l’approssimazione intorno a ciò che succede alle nostre traduzioni una volta consegnate, il non sapere chi ci lavorerà e come, secondo quali direttive e parametri (sempre che ce ne siano) e talvolta il non poter prendere visione delle modifiche apportate se non con una rapidissima occhiata alle bozze – che sembra concessa quasi più per ottemperare a una clausola di contratto che per ricavarne un effettivo riscontro – non aiutano di certo a stabilire un rapporto di fiducia  tra le parti.

Benché molto diverso dal punto di vista del genere testuale, dei rapporti contrattuali e del mercato di riferimento, mi sembra che l’ambito delle traduzioni tecnico-specializzate e più in generale quello dei fornitori di servizi di traduzione (agenzie, enti, istituzioni governative e non) sia tuttavia da prendere come spunto per il modo in cui si propone – almeno sulla carta – di assumere un atteggiamento più consapevole nei confronti delle varie fasi di lavorazione di un testo, che vengono misurate, accertate e valutate sulla base di criteri chiari ed espliciti e nel rispetto di parametri di certificazione della qualità stabiliti da organismi esterni. Mi riferisco in particolare alla norma UNI EN 15038:2006 che prevede innanzitutto una distinzione fra il processo principale di traduzione e tutti gli altri aspetti correlati al servizio offerto, e pone l’attenzione su altri requisiti fondamentali tra cui le risorse umane (competenza ed esperienza di traduttori e revisori) e le procedure di servizio. Per conformarsi alla norma di cui sopra, i servizi di traduzione devono prevedere, come minimo, la traduzione e la revisione. Quest’ultima è  intesa come attività svolta da una persona diversa dal traduttore, in cui la traduzione viene esaminata per verificarne l’idoneità allo scopo concordato, mettere a confronto i testi di partenza e di arrivo, e consigliare eventuali azioni correttive. La norma stabilisce anche le competenze professionali richieste allo svolgimento della attività di traduzione e revisione e richiede che traduttori e revisori allo stesso modo soddisfino almeno uno dei tre requisiti che seguono: titolo di studio superiore in traduzione; qualifica equivalente in altra specialità più un minimo di due anni di esperienza documentata in traduzione; un minimo di cinque anni di esperienza professionale documentata in traduzione. Nel caso di testi specialistici, i revisori devono anche avere esperienza dell’argomento trattato.

Quanto detto finora serve come premessa per lanciare una provocazione: considerata l’incidenza delle traduzioni sul mercato editoriale italiano, e la significativa percentuale di traduzioni all’interno di certi cataloghi, non potrebbero forse rientrare nella definizione di translation service providers anche alcune case editrici? O almeno certe collane editoriali? Se così fosse, e se dovessimo applicare la norma di cui sopra al processo di lavorazione di una traduzione editoriale/letteraria, credo sarebbero davvero poche le case editrici meritevoli di “certificazione di qualità”. È infatti comune proprio a tutte le case editrici con cui lavoriamo, prevedere oltre alla traduzione anche la revisione? Se la revisione deve mettere a confronto il testo di partenza e di arrivo, allora il revisore deve conoscere sempre e comunque la lingua del testo originale: è davvero così? Se il compito del revisore è “consigliare”, e dunque non imporre, eventuali azioni correttive, significa che deve esserci un interlocutore – ovvero il traduttore – che possa decidere di accettare o rifiutare quei consigli. E infine: i revisori editoriali che lavorano sulle nostre traduzioni soddisfano almeno uno dei requisiti di competenza professionale di cui sopra? Sono anche loro traduttori? Hanno seguito qualche percorso formativo in traduzione? Che livello di esperienza sul campo hanno maturato? Rileggendo queste mie parole, più che aver lanciato una provocazione mi sembra di aver aperto una voragine, tanto è profonda la differenza tra il nostro mondo editoriale e quello che la norma sottintende.  Eppure, sarà per la mia natura fondamentalmente ottimista, sarà forse per il clima di buonismo natalizio in cui mi trovo a scrivere, credo che il passaggio tra “male necessario” e “pratica virtuosa” indicato nel titolo non sia del tutto utopistico. Una trasformazione difficile, certo, ma se vogliamo migliorare il nostro modo di lavorare ed essere considerati figure imprescindibili del processo editoriale, da qualche parte bisogna pur cominciare, e credo lo si debba fare partendo dalla diffusione delle conoscenze.

È proprio questo l’intento del lavoro che avvierò a breve nell’ambito del mio progetto di ricerca per il dottorato in Traduzione, Interpretazione e Interculturalità presso la SSLMIT di Forlì: un’indagine conoscitiva sulla revisione editoriale/letteraria in Italia che serva a chiarire cosa è e cosa non è la revisione rispetto ad altre fasi del lavoro editoriale; qual è l’identikit del revisore editoriale dal punto di vista della formazione, dell’esperienza, dei rapporti contrattuali; come si svolge l’attività di revisione (intesa come auto- ed etero-revisione), su schermo o su carta, con o senza contatti con il traduttore, con quale sistema di tracciamento delle modifiche e con quali strategie di distanziazione dal testo; quando e dove si fa la revisione e infine perché e in funzione di chi o di cosa viene fatta.

Molti colleghi traduttori e revisori mi hanno confermato l’interesse al sondaggio e la disponibilità a parteciparvi e approfitto di questa sede per rinnovare l’invito ad aderire a questa iniziativa contattandomi all’indirizzo gioeste@iol.it. Sarò lieta di fornire maggiori informazioni e spiegazioni e una volta conclusa l’indagine sarà mia premura rendere disponibili i risultati e la loro lettura critica al sindacato STRADE e ai suoi iscritti, nella convinzione che lo scambio e la circolazione di idee e conoscenze non debbano mai intimorire, ma rappresentare sempre un primo passo verso il cambiamento.


[1] Il Decalogo per il processo di lavorazione delle traduzioni è consultabile a questo indirizzo: http://www.traduttoristrade.it/decalogo/

[2] Manfrinato, C. (ed.)(2008), Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni, Azimut, Roma; Carmignani, I. (ed.) (2007), Gli autori invisibili: incontri sulla traduzione letteraria, Besa, Lecce.

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6 commenti su “La revisione di una traduzione editoriale: da male necessario a pratica virtuosa

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    • Strade Magazine
      28 gennaio 2013

      Grazie, Alessandro!

    • Giovanna
      28 gennaio 2013

      Grazie Alessandro, considerati già “dentro” il sondaggio!

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in Gomma e matita, La traduzione che vorrei, Numero 3.
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