Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Intervista a Martina Testa

(a cura di Barbara Ronca)

Barbara Ronca intervista Martina Testa, traduttrice e direttore editoriale di minimum fax.


In una recente articolo sul tema della traduzione pubblicato da Doppiozero, la traduttrice Yasmina Melaouah ha dichiarato: “Ogni virgola del romanzo su cui sto lavorando deve essere sempre ‘mia’, decisa e voluta da me; cosa che comporta da una parte un controllo maniacale del testo e dall’altra anche un forte bisogno di dialogo con un revisore che sia in grado di sottrarmi a questa sorta di follia ossessiva. Il problema è che, oggi come oggi, di revisori che conoscono bene il francese ce ne sono sempre meno. Avere un revisore che avesse più esperienza, che fosse “più bravo” è stata da sempre per me una condizione essenziale per la buona riuscita di un testo.” Trovi condivisibile questa visione del revisore come “arginatore” dell’ossessione del traduttore?

Direi di no, io non la vivo così, non mi sembra di essere maniacale o ossessiva quando traduco; faccio del mio meglio, punto e basta: finita la traduzione la rileggo, la correggo e la consegno, consapevole che quello che consegno è un testo buono ma perfettibile. La traduzione la sento «mia» solo nel senso che per crearla ci ho messo del tempo, dell’impegno, della fatica che meritano un compenso economico, e quindi pretendo che mi siano riconosciuti i diritti d’autore; ma a parte questo, non sono gelosa delle mie scelte e non ho problemi a metterla in mano a un qualunque revisore o redattore perché la corregga, o, in certe parti, la stravolga pure. (Esempio di stravolgimento: nell’edizione italiana di Sunset Limited di Cormac McCarthy, un testo teatrale che è tutto un dialogo fra due personaggi, un personaggio usa il “tu” e l’altro il “lei”: questa, che è una scelta stilistica molto importante e caratterizzante, non l’ho fatta io ma il revisore, Grazia Guia – io l’ho semplicemente accettata. Ma secondo me Grazia non ha “arginato” nulla: ha solo letto il testo con una sensibilità diversa dalla mia proponendone un’interpretazione alternativa che a me sembrava del tutto plausibile.)

A parte questo, ovviamente, concordo con Yasmina sul fatto che l’ideale è sempre lavorare con un revisore con più esperienza e più bravo di noi, capace di cogliere le sviste, di trovare soluzioni meno farraginose, di migliorare insomma la traduzione originaria.

Complice la crisi e i conseguenti tagli economici e di personale, la figura del “cattivo revisore” è diventata una presenza sempre più diffusa nell’editoria moderna. Affidando il compito di rivedere una traduzione a persone prive delle competenze e della sensibilità necessaria, il rischio di peggiorare il lavoro del traduttore invece che migliorarlo è alto. A tuo parere, quali sono le caratteristiche irrinunciabili del buon revisore?

Di base le stesse del traduttore, un’ottima conoscenza della lingua di partenza e un’ottima padronanza della lingua di arrivo. Poi deve avere un occhio molto critico, cioè non deve prendere per buone le scelte del traduttore ma farsi venire mille dubbi, controllare ovunque non sia sicuro al cento per cento che quell’espressione significhi una certa cosa, ecc. Infine, certo, sarebbe auspicabile che non facesse interventi troppo soggettivi o arbitrari, ma per come la vivo io, se il revisore sostituisce una parola con un’altra che a lui suona meglio senza che sia davvero un intervento necessario (che ne so, in una recente traduzione tutti gli “a cui” mi sono stati corretti in “cui”, per quella che mi sembra un’idiosincrasia non giustificata da stringenti ragioni grammaticali) per me non c’è nessun problema. Basta che per fare aggiustamenti di questo tipo il revisore non si lasci sfuggire degli errori veri che restano non corretti! Ma devo dire che con revisori che abbiano peggiorato il lavoro del traduttore io non ho mai avuto a che fare, né da traduttrice né da editor. Di revisori che non abbiano lavorato bene ne ho visti, ma in un altro senso: per me il “cattivo revisore” è quello acritico, frettoloso e superficiale che interviene troppo poco.

Nel rapporto revisore-traduttore, un elemento irrinunciabile è certamente la fiducia. Quali sono le richieste che il revisore rivolge al traduttore? Su quali elementi si costruisce il dialogo tra i due, che di per sé è condizione irrinunciabile per un buon risultato finale?

A proposito di “dialogo” devo fare questa premessa: minimum fax, la casa editrice per cui traduco più spesso, e per la quale lavoro come editor, in genere chiede al revisore di mandare al traduttore il testo corretto con lo strumento “Revisioni” di Word, in modo che il traduttore possa vedere tutte le modifiche e accettarle/rifiutarle una per una. In questo caso si crea un vero dialogo. Nessuno degli altri editori per cui ho lavorato ha mai adottato questa procedura: in quei casi, al di là di qualche minuto di telefonata, non ho avuto un vero dialogo col revisore, perché se ricevo le bozze già impaginate mi mancano proprio il tempo e la voglia di andarle a confrontare riga per riga con la mia traduzione originaria (che certo non ricordo a memoria). Ma devo confessare che – per quanto riconosca che l’interscambio traduttore/revisore sia oggettivamente fruttuoso e che garantisca una traduzione di migliore qualità, e quindi, da editor, voglio che avvenga e lo faccio avvenire – come traduttrice non lo vado a cercare: se l’editore (che per me è il responsabile ultimo della qualità del testo pubblicato) si sforza di farlo avvenire bene, se no, per quanto mi riguarda, pazienza. Come traduttrice, nel momento in cui ho consegnato una traduzione fatta al meglio delle mie capacità mi sono guadagnata il compenso, e il mio lavoro finisce lì; poi l’editore è libero di riscriverla/farla riscrivere da una persona di sua fiducia: mi fido ciecamente del revisore, do per scontato che faccia del suo meglio, e se io ho fatto del mio meglio e lui fa del suo meglio, il risultato non potrà essere indegno. Sì, ci saranno casi in cui il revisore fa una correzione di meno o una di troppo, è umano, ma non mi è mai capitato di scoprire che una mia traduzione fosse stata massacrata; non mi è mai capitato che mi abbiano fatto notare degli errori vergognosi, in una mia traduzione pubblicata, di cui era responsabile solo il revisore.

Quanto alla domanda su “quali sono le richieste che il revisore rivolge al traduttore”, per rispondere smetto i panni della traduttrice e indosso quelli del revisore: quando rivedo non faccio nessuna richiesta: dove vedo errori oggettivi (errori di interpretazione, frasi saltate) li correggo; dove la traduzione mi sembra non sbagliata ma migliorabile (mi sembra che esista una soluzione più scorrevole, o più fedele al registro dell’originale) propongo sempre la mia alternativa, magari argomentandola con un commento fra parentesi o a margine: proporre correzioni non nuoce, tanto (nella modalità che impieghiamo in genere a minimum fax, vedi sopra) sarà il traduttore ad avere l’ultima parola.

Negli ultimi anni i traduttori, da sempre percepiti (da se stessi tanto quanto dagli altri) come professionisti costretti alla solitudine e all’autosufficienza, hanno iniziato a costruire sistemi di dialogo e condivisione. A parte i casi di revisori che lavorano all’interno delle case editrici, quanto questa condizione rispecchia quella dei revisori?

Non so rispondere. Non mi sembrano due categorie professionali diverse. Non conosco nessuno che faccia il revisore free-lance senza essere prima e soprattutto un traduttore.

Si dice, e a ragione, che il traduttore è il lettore più attento di un testo. Ma a volte anche il miglior professionista può lasciarsi sfuggire dei dettagli, spesso proprio in virtù di questa sua vicinanza. È qui che entra in gioco il revisore, che assumendo la giusta distanza riesce a cogliere quelle sbavature con più efficacia. Ma qual è quella “giusta distanza” e come si raggiunge?

Veramente io in genere quando rivedo una traduzione ho dal testo la stessa distanza di quando lo traduco. (Anzi, spesso quando rivedo sono più vicina al testo, lo conosco meglio, perché l’ho già letto tutto, da editor, prima di acquistare i diritti e assegnare la traduzione che sto rivedendo; mentre se traduco per altri editori che non siano minimum fax, quasi mai ho letto il libro prima di metterci mano). Il punto, per me, è semplicemente che la testa del revisore è diversa dalla testa del traduttore: è questa distanza, la distanza fra queste due sensibilità e queste due competenze, il vantaggio. Cioè, magari il revisore ha una capacità di concentrazione molto maggiore e rivedendo col testo originale accanto non salta manco mezza frase, mentre il traduttore è un po’ distratto ma è bravissimo a inventare giochi di parole; oppure, il traduttore è scrupoloso e non incappa in nessun errore di interpretazione, ma ha una lingua un po’ legnosa e il revisore gliela sa sciogliere un po’. È dalla collaborazione/complementarietà [o complementarità?] fra due cervelli messi all’opera con impegno, che viene fuori un buon lavoro.

Quando un traduttore ha l’opportunità di seguire l’opera di un autore nel corso di più libri, entra spesso in totale confidenza con la sua voce. Questa fedeltà, questa costruzione progressiva di un linguaggio unico sono stati spesso considerati tra gli elementi fondanti del successo di molti scrittori tradotti. Da revisore, condividi questa visione? E ritieni che, in condizioni ideali, anche il revisore dovrebbe rimanere lo stesso per uno stesso autore?

Secondo me la voce che arriva al lettore dev’essere quella dell’autore, non quella del traduttore. Più il traduttore è in gamba, e più riesce a fare arrivare la voce dell’autore, non tanto la sua. Mi è capitato di tradurre diversi libri a quattro mani con un altro traduttore: se siamo stati abbastanza bravi (e spero che lo siamo stati!) il lettore non sarà in grado di riconoscere quali capitoli ho tradotto io e quali ha tradotto l’altra persona. Non riconoscerà la voce di Martina Testa da quella di Matteo Colombo, o quella di Martina Testa da quella di Adelaide Cioni, ma sentirà solo la voce dell’autore originale.

Detto questo, ovviamente se un traduttore lavora su più libri dello stesso autore pian piano si impratichisce con certi usi linguistici e stilistici propri di quell’autore e quindi il processo verrà più facile e i rischi di errore saranno minori. (Per dire, in un brano di David Foster Wallace ho visto tradotto costantemente – ed erroneamente – come pronome femminile uno she che l’autore usa invece nel senso impersonale; è uno stilema dell’inglese formale che Wallace usa spessissimo, ma questo lo capisce subito un traduttore che abbia lavorato molto su di lui, un traduttore che lo conosca meno può cadere in errore.) Quindi in genere sì, come editor tendo ad assegnare le varie opere di un autore allo stesso traduttore: ma per questo motivo qui più che la questione della “voce” di cui sopra.

Stesso discorso per il revisore: se le revisioni dei libri di un certo autore le fa sempre la stessa persona, ne conoscerà bene le idiosincrasie e farà meno fatica e meno errori. Ma più utile ancora mi sembra assegnare allo stesso traduttore lo stesso revisore: come ho detto, è un incontro di cervelli e di sensibilità; siccome a volte capita che questo incontro produca frizioni (tipicamente: traduttore troppo geloso della propria “autorialità” vs. revisore troppo “interventista”), quando invece fra due cervelli si crea una bella sintonia, al committente conviene approfittarne e tenere insieme la squadra anche su altri lavori.

Il traduttore è in qualche modo anche un revisore: se non altro, è il primo revisore del suo stesso lavoro. Tra i processi di autorevisione e revisione dei lavori altrui, quale ti sembra più difficile e perché?

Tendo a produrre una prima stesura molto attenta, molto meditata, senza buchi in punti complessi che mi riservo di ritoccare dopo. Fatta tutta questa fatica, affronto la rilettura con la sensazione che di errori ce ne siano pochi: quindi la faccio velocemente e in maniera forse fin troppo superficiale; anche perché mi annoia da morire rileggere da capo le centinaia di cartelle che ho già scritto. Quindi in un certo senso è una fase “facile” però è anche una fase per niente stimolante e che detesto. La revisione delle traduzioni altrui è un compito molto più interessante, anche se è oggettivamente più faticoso, specie se il traduttore non ha fatto un buon lavoro.

E infine, a titolo puramente personale: avendo la possibilità di spaziare dall’uno all’altro, trovi più congeniale il ruolo di revisore o quello di traduttrice?

Il mio cervello lavora meglio quando si tratta di analizzare, verificare, correggere, rielaborare in qualche modo del materiale già esistente che quando deve produrne ex novo, quindi penso mi sia più congeniale il ruolo di revisore (anche se pure quello di traduttrice lo vivo come un lavoro di rielaborazione più che di creazione).

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2 commenti su “Intervista a Martina Testa

  1. Pingback: Davi Pessoa -” Che Dio protegga il traduttore” – Vincenzo Barca, 2013 « traduzirfantasmas

  2. stefano
    16 maggio 2013

    Ottimo, articolo davvero interessante, era proprio quello che cercavo! Grazie per lo spunto!

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in L'intervista, Numero 3.
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