Strade Magazine

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Il prosivendolo e la sua traduttrice. Yasmina Melaouah intervista Daniel Pennac

(di Yasmina Melaouah)

Se Daniel Pennac è così conosciuto e amato nel nostro paese parte del merito va senz’altro alla sua strepitosa traduttrice, Yasmina Melaouah.
Ecco a voi l’intervista esclusiva per Strade Magazine.

Prima di tutto grazie per avere accettato di rispondere alle mie domande. Ma non poniamo troppo tempo in mezzo. Che rapporti hai con i tuoi traduttori? Hai contatti con loro? Ti sottopongono i loro dubbi?

Alcuni dei miei traduttori mi cercano, sì. C’è chi mi chiede in corso d’opera e chi, invece, aspetta di aver finito per confrontarsi con me su quanto considera un problema. Ma la stragrande maggioranza non mi chiede niente.

Hai lo stesso traduttore per tutti i tuoi libri, come accade in Italia, anche in altri paesi?

Mi capita in molti paesi, sì. Oltre all’Italia, succede anche in Inghilterra, in Germania, in Giappone e in Spagna. E ogni tanto ho anche dovuto far presente ad alcuni editori che volevo il mio traduttore o la mia traduttrice abituali, e non un altro.

In quanto scrittore, quali sono le tue reazioni da lettore quando leggi romanzi stranieri tradotti in francese? Conosci/frequenti traduttori francesi?

No, non conosco traduttori francesi. Quanto alle mie reazioni alle traduzioni di romanzi stranieri, vanno dallo sconforto assoluto all’ammirazione totale. Passando per l’indifferenza, che però è spesso dovuta alla sensazione analoga suscitata dal romanzo.

In ogni traduzione si perde qualcosa e si guadagna qualcos’altro. Dal momento che è impossibile dire “esattamente la stessa cosa”, quali sono gli aspetti dei tuoi testi che più tieni a ritrovare nelle traduzioni?

Dipende dai testi. Se si tratta di saggi, anche quando la loro scrittura è più vicina al romanzo apprezzo la precisione, il gusto dell’esattezza nella trascrizione di quanto ho voluto comunicare.

Se si tratta di romanzi o racconti nei quali uno stile già metaforico è intriso di un gergo il più delle volte inventato (e penso all’argot nei romanzi dedicati alla tribù Malaussène), prediligo le traduzioni che mostrano una certa inventiva nella ricerca degli equivalenti. Mi piace sentire che la mia traduttrice (italiana, per esempio) gioca con la propria lingua, se non addirittura con le lingue contenute nell’italiano.

In ogni caso, comunque, mi fa piacere sentire che la musica e il ritmo del mio lavoro sono riusciti a passare da una lingua all’altra.

Uno scrittore non è un po’ geloso dei suoi testi? Non teme che i traduttori li portino troppo lontano, facciano fare loro cose non previste, un po’ come una mamma che affida il proprio bambino alla baby sitter e teme che ai giardinetti lei gli lasci dire le parolacce? O che gli permetta di arrampicarsi sugli alberi o di mangiare troppe caramelle? Insomma di comportarsi in un modo che non aveva né previsto né voluto?

Quando si affida un bambino alla baby sitter bisogna mettersi l’animo in pace e accettare che ci siano degli imprevisti. In compagnia della baby sitter, nonostante le precauzioni che possiamo aver preso, il bambino vivrà necessariamente un’altra vita. Non mi dispiace affatto pensare che i miei libri possano arrampicarsi sugli alberi. Mi fa un po’ paura, certo, ma l’unico modo per evitarlo sarebbe che io diventassi poliglotta. E questo è davvero al di sopra delle mie capacità.

Una volta hai detto che il lavoro del traduttore ha molte analogie con quello dello psicanalista, quanto alla conoscenza profonda dell’autore. Lo ricordi?

Sì, me lo ricordo, ma il paragone non era mio. È stato molti anni fa. Eravamo a una tavola rotonda fra scrittori e traduttori al Salone del libro di Parigi. Qualcuno fece questo paragone e io lo ripresi dicendo che ero assolutamente d’accordo e che, quindi, proponevo di allineare i compensi dei traduttori a quelli degli psicanalisti. Non tutti i presenti apprezzarono la battuta. Che, del resto, non era affatto intesa come tale.

La traduzione è un processo di rivelazione del testo. Se un testo non funziona, se la lingua e lo stile sono deboli, se difetta il rigore della composizione, la traduzione è un rivelatore spietato.  Il testo tradotto si sgonfia, tutto il dispositivo scenografico messo in piedi per far colpo sul lettore crolla, resta solo una sequenza di parole vuote, priva di voce e di ritmo.

È vero, sarebbe una bella idea per un racconto alla Borges: descrivere la storia di un testo assolutamente modesto che diventa un puro gioiello di stile per il tramite di una traduzione.

Questo non mi succede mai, quando traduco i tuoi testi, che siano romanzi, piccoli articoli o monologhi. Credo che il lavoro che tu fai sul ritmo, sulla lingua, sullo stile sia molto serio, solidissimo. E questo da sempre, già dai Malaussène, e nonostante che la stragrande maggioranza dei tuoi lettori fosse (sia?) attratta soprattutto dai personaggi e dall’intreccio. Condividi?

Il fatto è che un lettore legge un romanzo, mentre l’autore, immerso nella sua lingua, crea della musica. Alcuni lettori lo sentono, ma lo sentono (o dovrebbero sentirlo) anche e soprattutto i traduttori migliori. Che più che traduttori, a questo punto, per me sono veri e propri scrittori.

In Storia di un corpo, la grande sfida linguistica era mettere in parole quanto di più lontano ci sia dalla parola, cioè il corpo. E spesso l’unico modo per dire il corpo passa per la metafora. Nello stesso tempo ho avuto l’impressione che tu volessi evitare qualunque “effetto di stile” per arrivare al nocciolo dell’esperienza del corpo. Le “parole per dirlo” sono anche uno dei grandi temi di questo romanzo.

È proprio così. Il problema – particolarissimo – che sorge quando si parla del corpo è proprio questo: come essere precisi evitando la provocazione linguistica? La mia intenzione non era affatto quella di scandalizzare, di provocare, quanto di dare ai lettori la sensazione che il corpo del narratore – questo giardino segretissimo – fosse in realtà un terreno comune. Per ottenere questo risultato, il linguaggio doveva evitare in ogni modo di alzare barriere insuperabili (esagerando, caricando troppo i toni e la dose, per esempio, che è inutile e dannoso). Il pudore è un elemento molto importante in questo libro, e in alcune lingue è una questione che si pone in modo molto più spinoso che in altre. Il mio traduttore giapponese, per esempio, ha dovuto sentirmi leggere il testo a voce alta per poterne immaginare una traduzione. Finché si limitava alla sua lettura muta, il libro era intraducibile, per lui. Solo la lettura ad alta voce l’ha convinto. A questo punto, spero proprio che tradurrà Storia di un corpo e, soprattutto, che un editore avrà il coraggio di pubblicarlo.

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3 commenti su “Il prosivendolo e la sua traduttrice. Yasmina Melaouah intervista Daniel Pennac

  1. antonio
    22 gennaio 2013

    Pennac davvero si ricorda sempre dei traduttori. E lo fa anche quando non parla con loro (mi ricordo una presentazione nel ’96 in cui ci fce morire dal ridere parlando del suo traduttore tedesco), per questo le sue parole valgono davvero molto.

  2. Chiara
    22 gennaio 2013

    Bello, bello, bello. E mi piace soprattutto quest’immagine dello scrittore che affida la sua opera al traduttore con quel misto di fiducia e timore che ha una madre nel lasciare il proprio figlio con qualcun altro.

  3. Pingback: Il prosivendolo e la sua traduttrice. Yasmina Melaouah intervista Daniel Pennac | NOTIZIE DAL MONDO DELLA TRADUZIONE | Scoop.it

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2013 da in L'intervista, Numero 3.
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